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Il brano che segue, del noto geografo Roberto Almagià, è tratto
dall'articolo "Il Cicolano", pubblicato nella "Rivista Abruzzese di scienze,
lettere ed arti", dell'annpo 1909 - N. 2. È un interessante saggio storico
geografico che., attraverso le testimonianze storiche, mira a spiegare perché il
nome "Cicolano" sopravviva limitato ad una esigua porzione del territorio
anticamente abitato dagli Equi e perché tale nome non sia scomparso, come tanti
altri dell'età classica, ma sia giunto, attraverso il Medioevo, fino ai nostri
tempi. L'autore vuole precisare i confini del Cicolano
per poter conferire al territorio, oltre la qualifica di unità storica, anche
quella di unità geografica, avente caratteristiche ben delineate e precise.
Vari studiosi hanno rivolto, nei tempi più
recenti, il loro interesse alla storia, alla archeologia, alla tradizione della
regione: il Colucci, il Martelli, il Lugini, il Ricci, il Garrucci; ma già
nell'antichità ne parlarono autori illustri: Virgilio, Livio, Plinio il Vecchio.
Virgilio ci ha lasciato nell'Eneide (Lib.
VII, versi 746-749) una descrizione viva e realistica della fiera gente
equicola:
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"Nei
tempi più antichi gli Equi abitavano in primo luogo il territorio ad ovest del
Fucino e le valli del Salto e del Turano fino a poca distanza da Rieti; ad
occidente toccavano i Sabini presso il monte Lucretile e il torrente Digentia;
verso sud confinavano probabilmente con territori di Praeneste ed Anagni, senza
per conseguenza occupare perte notevole della Valle del Sacco; si spingevano
peraltro fino all'Algido, ossia alla cintura esterna del vulcano albano; anche
Bola e Labico erano, almeno nel V secolo, in loro possesso. Frequentissima
menzione ne fanno gli scrittori latini, perché le ostilità fra Equi e Romani
riempiono tutto il V e IV secolo a.C..
Ma, dopo la definitiva loro sottomissione nel 304,
la maggior parte del territorio da essi occupato venne ascritto alle colonie
militari di Alba Fucense, fondata il 303 a.C., e di Carsioli, fondata, secondo
la versione più accettabile, nel 298; a quest'ultima doveva appartenere anche la
valle superiore del Turano. Soltanto una piccola parte degli Equi mantenne la
propria individualità, e furono precisamente gli abitanti della Valle del Salto
a nord della colonia di Alba; ed è assai probabile che d'allora in poi si
diffondesse l'uso di indicare proprio questi Equi rimasti autonomi col
diminutivo di Equicoli. Così si spiega come, mentre gli autori più
antichi, per es. Cicerone, conoscono solo il nome Aequi, i cronisti ed anche
altri scrittori dell'età imperiale, usino promiscuamente le due voci, tanto che
Diodoro, parlando di Bola afferma che era città degli Equi, che ora sono
chiamati Equicoli (XIV, 117).
Questi Equicoli della Valle del Salto costituirono
durante l'impero un municipio ascritto alla tribù Claudia, con senato, duoviri,
edili, questori, municipio.
Pertanto le iscrizioni che portano res publica
Aequicolorum e attestano la municipalità (C.I.L. IX, 4112-4128-4131),
appartengono tutte, a quanto pare, a Nersae, ricordata da Virgilio (Eneide, VII,
744) e anche da Plinio (Nat. Hist., XXV, 8, 86) col nome di Vicus Nervesiae,
oggi Nesce nel cuore del Cicolano; a questa localita il Mommsen ascrive tutte le
iscrizioni trovate nella Valle del Salto, da S. Anatolia, dove fu rinvenuta una
lapide, che fissa sicuramente il confine con la colonia di Alba (C.I.L. IX,
3930), fino a Borgo S. Pietro.
Ma altro centro abitato nella vallata era anche
Cliternia, ricordata come città equicola da Plinio (Nat. Hist. III, 1,
36) e da Tolomeo (III, 1, 49) che, come dimostra l'iscrizione 4169, si
trovava nel luogo dell'odierna Capradosso; ad essa ascrive il Mommsen le lapidi
trovate anche a Staffoli, Petrella e Calcariola sulla destra del Salto.
Col nome di Equicoli si indicarono dunque nell'età
imperiale propriamente gli abitanti della Valle del Salto da S. Anatolia a
Capradosso, e solo per estensione tutti quanti gli Equi, anche quelli che dalla
fine del IV secolo avevano perduto l'autonomia; agli abitanti della Valle del
salto si riferiscono espressamente i versi di Virgilio (VII, 744/749) e
di Silio (VIII, 369 e segg); ad essi dovevano rimanere, come si vedrà,
durante tutto il Medio Evo, il nome classico, soltanto lievemente alterato.
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